La Torre dell'Orologio

Forse non tutti sanno che alla torre dell’orologio, presso il palazzo vescovile di Poggio Mirteto, ex castello degli Orsini (1150), è connessa una vaga leggenda che, a più riprese, nel corso dei secoli, per opera dei nostri vecchi, si è diffusa e trasformata sino ai nostri giorni. Si è cercato di rintracciare le origini e l’essenza di questa strana storia, la quale doveva necessariamente innestarsi a qualche oscuro dramma medioevale e, sulla traccia di antichi accenni che si trovano negli archivi  dimenticati e preziosi dei nostri Comuni, crediamo di aver rinnovato le file di una poetica tradizione. Siamo sullo scorcio del sec. XII. La torre dell’orologio era allora molto diversa dalla forma nella quale appare oggi. La sala del teatro Comunale, ora sala Farnese sempre però costruita dagli Orsini, che prima di essere tale fu per qualche secolo la cattedrale di Poggio Mirteto,  non era ancora sorta ed al suo posto c’era invece una specie di ridotto militare, circondato da robusti bastioni, le cui appendici, come ancora visibili lungo la vicina via Cavour, servivano di base a costruzioni posteriori ed a case di abitazione. Era naturale che da questa parte le opere di fortificazione del castello fossero più intense. Rapidamente scosceso per tre quarti del suo perimetro, Poggio Mirteto presentava dal lato dell’attuale piazza un terreno pianeggiante, molto favorevole ad un esercito assalitore, e che avrebbe permesso a questo di montare con successo le macchine guerresche d’allora, come catapulte, torri e mangani, veri castelli di legno a ruote, con i quali, lanciando sassi e materie infiammate, i nemici si avvicinavano, protetti, alle mura, urtandole poi con le teste ferrate dei potenti artisti, posti a bilancia. La torre dell’orologio era l’opera di difesa più importante della sottostante porta e serviva anche da specola di osservazione per le scolte: terminava in alto con un’ampia terrazza quadrata, recinta da merli massicci e; mentre da un lato un corridoio pensile la metteva in comunicazione con le altre fortificazioni, dall’altro comunicava con il palazzo feudale, mediante un andito chiuso a feritoie. Nel tempo di cui si parla, in tutti i castelli dell’Italia centrale si erano rafforzate le fortificazioni e moltiplicati gli armigeri. Gli è che i Saraceni, essendo, pressoché padroni del mare, risalivano il Tevere sbarcando continuamente sulle coste Tirrene, e, internandosi entroterra a scopi di rapina, avevano raggiunto e sorpassato la famosa Abbazia di Farfa, allora in tutto il suo splendore della sua storia. I Saraceni dunque, provenendo dalla valle del Tevere e del Farfa, facevano frequenti incursioni nella Bassa Sabina, schivando le mura di Bocchignano e Rocca Baldesca, cercavano di spingersi fino al Passo del Tancia, per assicurarsi lo sbocco sulla ricca valle reatina. Piccole battaglie e scontri sanguinosi erano cose di ogni giorno; da Farfa (Tribuco, Pontesfondato, Torre Baccelli), Salisano, Montopoli, Catino, Aspra (oggi Casperia), si accendevano fuochi per avvisare gli altri castelli dell’arrivo dei nemici e non di rado i Saraceni trovavano i Sabini coalizzati, pronti a respingerli. Una grossa colonna di predatori, spintasi un giorno verso il monte Ode, fu colta in un’imboscata tesale dalle guarnigioni di Tancia e Fatucchio, onde dovette precipitosamente ritirarsi, ma trovato sbarrato il paese di Salisano, per dove era giunta, imboccò via della Canala, ove fu, pressoché sterminata dagli abitanti di Catino,  corsi ad attenderla al varco. A Mompeo, mentre gli uomini combattevano valorosamente sulle mura, le donne versavano sui nemici caldaie di acqua e di olio bollente, mentre le campane, suonate a martello, portavano lungi la notizia della battaglia ed i fuochi dell’incendio abbagliavano la vista.

Poggio Mirteto, diciamolo a nostra gloria, incuteva un maggior rispetto ai bellicosi invasori; questo timore proveniva sia dal numero dei suoi abitanti atti alle armi, sia dalla resistenza delle sue fortificazioni; ma, più che altro dipendeva dall’aureola di gloria che circondava la famiglia feudale, che governava il Castello. Il vecchio conte di S. Cosimo era il tipo romanesco del gentiluomo guerriero. Egli aveva due figli: il giovane Rolando, bel cavaliere ed uomo d’armi infaticabile, che rinnovava la gagliarda epopea paterna, e una fanciulla di nome FIORANA. Di Fiorana, che era bellissima, si vorrebbe poter dare il ritratto, ma sembra che nemmeno gli scrittori del suo tempo abbiano potuto farlo, giacché non nascondono l’impossibilità umana di descriverne la fiorente bellezza. Si sono raccolte dalle cronache sparse le seguenti impressioni che si trascrivono con la fedeltà dei copisti: “era di altezza giusta e la flessuosità del corpo divinamente bello rilevava la perfezione fidiaca nell’armonia insuperabile delle sue forme scultoree; gli occhi aveva neri e fulgidi, ma il dire neri e fulgidi non bastava perché bisognerebbe avere parole per descriverne la dolcezza infinta dei misteri che nuotavano nella loro bruna profondità, per dirne lo splendore rugiadoso e la mobilità luccicante, che somigliava allo scintillio delle stelle in una notte senza luna. Di sotto al cappuccio medievale, i capelli negligentemente abbondanti, sulle spalle ne facevano spiccare la tinta calda e vellutata e la loro massa bruna risplendente, come l’ala di un corvo, si scandiva in grossi ricci folleggianti sul roseo candore della fronte e del collo. I trovatori componevano canzoni e sirventesi per celebrare la bellezza di Fiorana, ma l’ultima strofa di ogni canzone ricordava all’ascoltatore che Fiorana era più bella di quello che un poeta potesse immaginare; diceva che il suo sguardo rimaneva nell’anima per tutta la vita, che i fiori che ella intrecciava sui capelli, non avvizzivano mai e che quando pregava genuflessa ai piedi dell’altare, sorgeva il timore che una corte di angeli scendesse a rapirla in una nuvola d’oro per trasportarla in paradiso da cui era certamente discesa….Fiorana, insieme al fratello Rolando, che era l’idolo del paese: guerriera fra i soldati e valorosa in battaglia, era l’incarnazione di una Vergine Celeste specie quando scendeva a confortare i sofferenti colpiti dalla sventura. Nella dolce poesia del suo animo ella soleva nelle notti serene, passeggiare, bianco vestita, sulle terrazze del Castello e più di una volta i pellegrini attardati, che ritornavano dai lontani santuari, l’avevano vista da lungi risplendere ai raggi lunari, come una bianca apparizione in sogno”. La leggenda prosegue gentile e fascinosa sulla figura paradisiaca di Fiorana. Una zingara, venuta da ignoti paesi, osservando i segni della sua mano, predisse alla fanciulla che il cavaliere che doveva sposarla avrebbe trovato davanti a se, fino alla porta del Castello, la via segnata da fronde di lauro e petali di rose, sparse da mani invisibili, ma poi, agitando una fiala misteriosa disse di vedere confusi baci d’amore e lacrime di morte; altro non aggiunse la strana vecchia, che, partendo, volse alla fanciulla uno sguardo di infinita compassione, benedicendola per la pietosa elemosina. Una notte stellata Fiorana era sulla torre dell’orologio; per l’aria vibravano sensazioni dolci di fremiti, inafferrabili profumi, freschi e acri, si levavano dai campi ancor più silenziosi per lo stato di guerra e parlavano al cuore un muto linguaggio di pensieri umani; Fiorana sognava: d’un tratto fu scossa come da una sensazione magica; in una melodia lenta e soave come un coro di angeli si fondeva la cetra armoniosa come un canto d’amore; la strofa sorse vibrante nella notte come un alito di primavera, squillò poi agile fra i palpiti delle corde sfiorate, portando sull’auree il nome di Fiorana e si perdette da lungi come un rimpianto profondo di lontani ricordi. Chi era il cantore soave? Fiorana non lo seppe mai, ma il cuore palpitò a quel canto come non aveva mai palpitato, sentì nell’anima che l’ignoto cavaliere era il sogno della sua vita, era l’immagine gentile che tante volte aveva portato un raggio di sole nella quieta dolcezza della sua meditazione e, mentre da lontano l’aura cortese le portava in un onda di profumi l’eco morente della canzone, ella, rivolta al cielo, avvinse l’anima sua in un giuramento di fede. Altre notti, serene e tempestose, all’ora della mezzanotte, vibrò la bella canzone accompagnata dal liuto e, sempre Fiorana, come un apparizione celeste, sostò sulla terrazza, ascoltando estasiata le dolcissime note. Poi, un giorno, nella caldura d’agosto, un gruppo di cavalieri accorrenti, le cui spade scintillavano entro un nembo di polvere,  portò al Castello la nuova che i Saraceni muovevano nei dintorni di Granica e si preparavano all’assalto di Poggio Mirteto. Fu un incrociarsi di ordini un rumore sordo di saracinesche chiuse e di ponti rialzati, uno scalpitar di cavalli al suono delle trombe, dappertutto un formicolio di uomini armati, di scudieri, di carriaggi e di strani arnesi di guerra che si apparecchiavano alla battaglia. Fiorana, chiusa la bellissima persona in un’armatura perfetta, con l’elmo dal ciniero d’argento, la cui visiera ancora rialzata lasciava vedere i bei capelli disciolti e gli occhi meravigliosi, cavalcava ardita un cavallo più nero dell’ebano e che s’adombrava ad arte, sfoggiando la bella proporzione delle sue membra robuste. Il sole declinante illuminava dall’occaso le cime azzurre degli alti monti sabini, quando, dietro un ordine di trombe una colonna di guerrieri uscì dalla porta superiore (sotto l’orologio), movendo verso il colle opposto che sembrava essere l’obbiettivo dei nemici. Qui la colonna, che Fiorana aveva voluto guidare, urtò una schiera di Saraceni innanzi alla quale cavalcava uno splendido guerriero ricoperto d’acciaio. La mischia incominciò ferocissima. Mentre le due colonne si frangevano in un urto possente, i due capitani erano venuti a singolar tenzone in una larga spianata. Il duello procedeva furente fra i due vigorosi capitani. Frattanto, dall’alto del castello, il vecchio signore di Poggio Mirteto aveva scorto l’oste e l’inizio della pugna e, temendo per la figlia, si affrettò ad inviare in soccorso uomini guidati da Rolando. Questi giunse nel colmo della lotta e, slanciandosi in aiuto di Fiorana, che sosteneva nobilmente il duello con il potente avversario, la chiamò per nome. Si ebbe allora una visione tragica: il cavaliere nemico, a quel nome, lasciò cadere lo scudo ed abbassò la spada proprio nel momento in cui quella di Fiorana lo trafiggeva nel cuore. Cadde il giovane guerriero, pronunciando il nome adorato, mentre, Fiorana, con un grido sovrumano, che le spezzò il cuore, si precipitò da cavallo, fu sopra  al caduto, gli tolse l’elmo e il più bel viso di giovane, impallidito dalla morte, fu lambito dagli ultimi raggi del sole morente. Nello stesso istante una traccia di fiori segnò prodigiosamente la via del Castello: la predizione della zingara si avverava e Fiorana piangeva sul cadavere del fidanzato da lei stessa trafitto. È forse d’uopo raccontare l’epilogo di questo dramma d’amore? Fiorana impazzì. La sua demenza era così calma che la sua figura pareva più che mai ravvicinata ad un’immagine di paradiso. Tutte le notti ella, accompagnata dalla sua vecchia nutrice, tornava bianco-vestita con le trecce disciolte sulla terrazza della torre. Qui, con l’ansia di un’attesa febbrile, scrutava nella luce tenue delle stelle il lontano orizzonte, ascoltando attentamente; poi crollava con mestizia il capo in una profonda meditazione. La leggenda dice che in una notte d’Aprile, mentre la fanciulla, genuflessa, pareva rapita in un estasi divina, vibrò ancora nell’aria, come per incanto, la soave melodia che aveva fatto palpitare il suo cuore. Fiorana dié un grido; terribile, con le braccia protese parve accorrere ad un amplesso di gioia e bella, sempre celestialmente bella, si precipitò dal bastione. Da quel tempo sono passati oltre otto secoli ma molti parlano di bianche visioni notturne e di profondi respiri che aleggiano fra le tenebre misteriose attorno alla torre fatale.

Sarà lo spirito implacato della dolce Fiorana? E i lenti rintocchi che, nelle notti silenti, le vecchie campane dell’orologio scandiscono nel tempo inesorabile, saranno i singhiozzi accorati dell’infelice fanciulla che dai recessi dell’infinito torna in spirito sul luogo della tragedia nell’attesa eterna dell’indimenticabile canto d’amore?