Perché i Poggiani si chiamano Pallonari

Al principio del secolo XIIIPoggio Mirteto, allora castello feudale, si trovava coinvolto in una lunga serie di guerre sanguinose che dilaniavano in mille modi feudi, comuni, castelli e regioni. Era il tempo in cui l’uomo non si concepiva che guerriero, era l’epoca in cui il diritto si insegnava sulla punta delle spade e dappertutto un fragore di armi, uno scalpitio di cavalli, un rovinar di mura nei bagliori dell’incendio si spandeva nell’aria, simbolo funesto di guerra e di sterminio. Eppure in mezzo a tanto furore di contese crudeli fra uomini di una stessa razza, una grande ala di poesia, un gentile soffio di poetica fragranza aleggia carezzando i ricordi di quelle epoche avventurose e, quando nelle placide albe lunari ci assidiamo pensosi sulle rovine di tanti castelli che, come tanti simulacri di gloria, posano addormentati sul verde smalto delle nostre colline, proviene al cuore traboccante di memorie, un sospiro blando di lontane rimembranze,si effondono per l’aria odorosa, strane melodie di liuti e di mandole e la fantasia, sognando altre notti stellate, cerca fra le ombre dei roseti abbandonati, bianche figure di fanciulle innamorate, dietro l’eco festosa di baci e di sorrisi. Nella primavera del 1221, per futili motivi di predominio, una fiera lotta erasi accesa tra Poggio Mirteto e Castellacce,forte borgo a cavaliere del Tevere, di cui ancora oggi vedendosi le rovine presso Montorso e che venne poi incorporato a Poggio Mirteto, quando, fatta la pace, i suoi abitanti dovettero sloggiare per mancanza di sicurezza contro le scorrerie dei predoni.

 

 

Narrano le cronache di Farfa che verso la Pasqua di quell’anno, in una bella giornata d’Aprile, tutta sole e profumi, mentre per l’ampia campagna una nuova effusione di fronde, di fiori e di canti si levava trionfante verso il cielo azzurrino, i guerrieri dei due paesi erano di fronte presso la località di S. Maria in Turano, oggi corrispondente alla regione della Misericordia.
Il suono festoso delle campane, annunziante il maggior tripudio della cristianità e forse tutta la infinita dolcezza che spirava pel creato, dalle garrule torme di rondini, reduci da ignoti lidi, alle greggi belanti nella lieve nebbia del mattino, suggerirono alle due parti contendenti un giorno di tregua. Subito i banditori, su cavalli riccamente bardati, con le trombe d’argento decorate dai colori delle rispettive divise, annunziarono ai paesi e alle campagne circostanti che, in quel giorno di Pasqua, sarebbe stata interrotta l’ira guerresca e i due eserciti avrebbero fraternizzato in una festa, in onore della divinità.

E’ più difficile scrivere che immaginare la letizia con cui tutte le vicine popolazioni coi pittoreschi costumi d’allora, dai pastori ricoperti di pelli caprine e coi succinti calzoni di stoffa verde, alle brune fanciulle dai corsetti variopinti e luccicanti di fulgidi metalli, è difficile, dico, riprodurre la ricchezza descrittiva di quelle cronache nel narrare l’allegro concorso di signori e vassalli nel grande campo dei giuochi, su cui, nel mezzo, secondo l’usanza medievale, era stata innalzata un’altissima cuccagna. Una enorme pizza, simbolo della Pasqua, portata processionalmente da un coro di giovinette inghirlandate di rose, dopo essere stata solennemente benedetta da una tal don Prospero cappellano di San Michele a Civitavecchia, fu col mezzo di lunghissime scale fissata all’estremità superiore del palo, ambito premio a quel valoroso a cui avesse arriso la fortuna di giungere fin lassù. Si capisce come una sorda lotta si acuisse subito fra i Poggiani e gli abitanti di Castellacce per vincere l’agognato premio che, in quelle condizioni, assumeva un alto valore morale di campanilismo; anzi le cronache aggiungono che il pensiero della vittoria sulla cuccagna assorbisse in tal misura l’attività dei concorrenti, che passarono in linea assolutamente secondaria tutti gli altri divertimenti che consistevano in quintane, tornei, con premi di bellezza, trionfi di regine d’amore, giochi di destrezza su cavalli ricoperti di ferro ed altri. Quand’ecco, in mezzo ad un evidente mestizia per il mancato successo, mestizia che s’accordava mirabilmente con un superbo tramonto di sole, le note squillanti di una musica si odono dai boschi di querce e di mirti che nascondevano le torri di Poggio Mirteto ed in breve la banda municipale, a cui sempre si riconnettono le più gloriose tradizioni del nostro paese, nei curiosi costumi dagli alti turbanti, dalle trombe enormi, dai timpani monumentali, sboccò nella verde pianura. Precedeva uno strano e voluminoso arnese ripiegato, portato a braccia e che, accuratamente nascosto, fu subito oggetto della più viva curiosità. Immantinente una speciale commissione di poggiani sopraggiunti, recatasi dal rettore dei giuochi, per chiarire le restrizioni circa i modi riconosciuti di vincere la cuccagna, ebbe per risposta che qualunque mezzo sarebbe stato legale col quale non si approfittasse della terra o di qualsiasi sostegno fisso come punto d’appoggio per giungere alla cima dell’albero meraviglioso. Si vide allora una cosa che riempì di stupore gli astanti: in mezzo al più religioso silenzio, sopra un fuoco di paglia accesso pressoché alla base della cuccagna, venne lentamente gonfiandosi un enorme massa di carta rinforzata con tela, la quale fra la meraviglia generale, assunse presto l’aspetto di un corpo oblungo, verticale che, dondolandosi maestosamente nell’aria, accennava a slanciarsi, per incognita forza, nelle alte regioni dell’atmosfera. Era il primo pallone che si gonfiasse nell’universo, era il capostipite dei numerosi palloni che poi afflissero l’umanità e , a Poggio Mirteto, per opera di umili sapienti, spetta il vanto di aver precorso il genio di Montgolfier. In un attimo, in un istante di grande trepidazione, il pallone si slancia verticale lambendo il palo e, caso unico di coraggio, un agile fanciullo vi si è appeso al di sotto per un bastone trasversale: il piccolo poggiano, giunto all’altezza della cuccagna, spicca un salto lasciando il pallone e ad essa si afferra con un braccio, mentre con l’altro mena un fortissimo pugno al di sopra della pizza che, insieme a lui, come una ciambella, guidata da un bastone pel proprio buco, discende lentamente a terra col piccolo eroe. Fu tale la rapidità fulminea dell’accaduto, tale la novità impreveduta del fatto che l’immensa folla, sospesa fra la muta ammirazione del fanciullo vittorioso e del pallone che oramai scompariva lassù fra le nebbie crepuscolari, non sapeva se abbandonarsi all’impeto di un applauso fragoroso o ritenersi sotto l’incubo di una qualche fantastica stregoneria. Ma, quando le note della nostra musica squillarono quell’inno che oggi, dopo sette secoli, è detto ancora del pallone e il fanciullo venne sollevato sulle braccia robuste di quattro guerrieri, fu più un urlo che un applauso quello che agitò la folla fremente, fu un delirio di battimani che oscillò per l’aria solcata di torce: le labbra di tutte le donne sfiorarono la fronte del vincitore, le destre di tutti i guerrieri strinsero quella dell’adolescente in un battesimo di gloria. In mezzo alle danze furono decretati al giovinetto poggiano gli onori della giornata e, come si usava a quei tempi, perché non svanisse il ricordo delle gesta nelle generazioni future,gli fu, dalla pizza, conferito “ad honorem” il cognome di “Pizzolum”, da cui Pizzoli,con lo stemma di una pizza dolce in campo amaro.
Mi è sembrato opportuno riportare qui l’episodio che rammenta le origini di un antica famiglia del nostro paese, perché ad esso si ricollega la tradizione, che da allora ebbe principio, per cui si assegna a noi abitanti di Poggio Mirteto l’aggettivo di “Pallonari” ed è quindi bene sapere che tale qualifica non provenne da un esagerato sentimento di malcompreso campanilismo, come si vuol far credere, ma fu originato da un atto di alto valore, che alla sua volta costituisce l’epilogo di un’alta conquista della scienza per opera dei nostri progenitori.